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Paolo-Ceresi-Dima-Design

“Tre potenti influssi hanno agito su tutto il corso della mia vita, portandomi all’attuale condizione di tornitore artistico di legno: i viaggi solitari, lo studio delle lingue del subcontinente indiano e l’incontro con il legno.
La mia innata curiosità e il desiderio di conoscere culture e persone diverse mi hanno portato, diciottenne, a viaggiare da solo per diversi anni.
Il Messico, percorso in autobus da sud a nord e dalla catena della Sierra Madre occidentale sino alle foreste del Chiapas e del Tabasco:qui ho incontrato per la prima volta una Natura incontaminata e selvaggia e riconosciuto così la parentela con essa. Mi piace ricordare quegli anni con una frase di Jack Kerouac che diceva: “pensa che grande rivoluzione planetaria ci sarebbe se milioni di ragazzi di tutte le parti del mondo, con i loro zaini sulle spalle, cominciassero ad andare in giro per la natura”.
L’India, che mi ha stordito ogni volta che ci ho messo piede, non solo per le sue bellezze naturali, ma soprattutto per la scoperta di una cultura millenaria, vastissima, completamente diversa da quella occidentale, che mi ha insegnato l’integrazione dell’uomo nella natura e nel ritmo cosmico e ha alimentando la mia energia spirituale e fisica.
La frase che meglio incarna questo lungo periodo è del poeta mistico sufi Gialal al-Din Rumi: “Oh uomo! Viaggia da te stesso in te stesso”.
Terminata l’esperienza del viandante e tornato in patria, mi sono iscritto all’università Ca’ Foscari di Venezia dove ho studiato le lingue Hindi, Urdu e Sanscrito nella convinzione che potessero servirmi come strumento per avvicinare la mia identità di occidentale a quella orientale.
Non trovando però in questa strada una concretezza economica, decisi di iniziare un corso di falegnameria finalizzato all’assunzione presso un’azienda.
Avevo spesso messo mano a strumenti quali pialle,scalpelli, seghe e frese per lavori di bricolage o per realizzare mobili di casa e mi piaceva molto il processo creativo di progettazione e la realizzazione delle mie visioni.
Terminato il corso di falegnameria e restauro del mobile non trovai alcuna azienda disposta ad assumere per via della crisi che quel settore stava vivendo, così decisi di acquistare da me macchine stazionarie quali pialla, squadratrice, seghe a nastro e toupie e allestire un piccolo laboratorio nel garage di casa.
Il rivenditore aveva un vecchio tornio di terza mano che non riusciva a piazzare, e io un buco nell’angolo del garage:
questo fu il mio incontro con la tornitura del legno.
Fui subito colpito dalla possibilità di poter lavorare qualunque tipo di essenza e cominciai a raccogliere ovunque qualunque specie legnosa, da alberi da frutto a piante ornamentali, a veri colossi.
Mi riforniva dalle legnaie dei vicini,presso rivenditori di legna da ardere, nell’isola ecologica dove viene smaltito il “verde”urbano. A differenza della falegnameria tradizionale in cui ci sono vincoli sui materiali utilizzati, la tornitura non aveva limiti e questo corrispondeva al
mio bisogno di sperimentazione e conoscenza.

La venatura, le sfumature dei colori, i riflessi che il legno mostra quando viene colpito dai raggi del sole, erano per me un nuovo linguaggio. Un panorama vastissimo, e appresi così che il “muto” parla.

Tornire, però, non era così semplice, guardavo e riguardavo video su youtube,leggevo i blog di tornitori australiani, statunitensi,canadesi,inglesi, neozelandesi e francesi,cercando e vagliando ogni tipo di informazione, dalla stagionatura del pezzo, alla lavorazione su legno verde, dalle recensioni sugli attrezzi alle tecniche di trattamento delle superfici e finiture.
In questi sette anni, vissuti in apnea, ho dedicato anima e corpo alla tornitura artistica cercando di istituire con il legno un rapporto sulla base di un confronto linguistico: nei miei pezzi cerco di decodificare e comporre con il mio proprio linguaggio il senso virtuale implicito nei segni, nei colori e nella scrittura geroglifica della natura.
Due sono i progetti che ho realizzato sinora, apparentemente in antitesi ma tra loro complementari:
“Deformazioni” e “Stratigrafia”.
Deformazioni vuole raccontare come in ogni legno che lavoro, e a cui io do inizio al processo di creazione di una forma,
sia la Natura, con il suo naturale processo di essiccazione, a determinarne il corpo finale, conferendogli unicità e portando alla perfezione la sua propria forma seguendo le tensioni nascoste al suo interno. Ogni pezzo rinchiude in sé un proprio Canto.
Stratigrafia invece vuole porre in evidenza la lunga età della pianta da cui io ricavo il legno,permettendo di coglierne gli anni semplicemente toccandolo.
Questa operazione è il mio tentativo di far prendere consapevolezza che
il legno non è da considerarsi materiale di scarto, da bruciare in un caminetto, ma materia con un suo peculiare carattere, con una sua marcata unicità,con una metamorfosi sempre in atto“.      _Paolo Ceresi_